Che Ghezzi fosse un perfezionista e quindi poco incline al compromesso lo possono confermare tutti, o quasi, quelli che lo hanno conosciuto. Anche nella sua pratica medica era capace di preoccuparsi per degli esami del sangue che magari risultavano al limite superiore della norma, perché per quel paziente avrebbe preferito dati più “sicuri”.
Ma questa sua caratteristica si esplicava ancor più nella pratica pittorica. Nella quale ha continuato a lavorare e lavorare ancora su molti quadri perché a suo parere non erano a posto con i piani o con qualche altra cosa. Poi c’erano quelle opere che giudicava ormai irrimediabili e che potevano solo essere “ripudiate”, tanto le sentiva lontane dal suo gusto del momento. Molte di queste opere neglette, che voleva distrutte, (poi, per fortuna, nessuno lo ha mai fatto!) rientrano nel periodo che lui stesso aveva chiamato “materico” e che corrisponde grosso modo agli anni Sessanta. Sulle caratteristiche di quella pittura ho già detto in altri post e le chiarirà ancor meglio Luca Mansueto nel suo saggio critico che costituirà il pezzo forte del catalogo in stampa ormai tra poco. Quasi tutti questi quadri, proprio per la tecnica usata, evocano un’atmosfera soffusa, a volte quasi onirica, fortemente emozionale. Fu una pittura di grande impatto e che in sostanza piaceva molto, ma che poi Ghezzi, per una serie di ragioni, come ho detto, ripudiò.
Oggi mi piace esporre dalle pagine del nostro blog proprio una di queste opere che si intitola “L’attesa”. Quadro mai visto se non dai familiari, credo, e che consiste nella descrizione quasi in filigrana di una figura femminile di cui si intuisce il profilo ed il busto. La donna, pettinata con una crocchia, pare intenta a fare qualcosa come cucire o rassettare dei panni, mentre è seduta su un sedile di cui, sulla destra in basso, si intravede un profilo stilizzato, dietro di lei forse una finestra. Ma il quadro la coglie in un momento che si potrebbe definire pensoso, di riflessione, di attesa, appunto, come dice il titolo. Tutto il resto del dipinto con i toni tenui, sfumati, in cui concorrono, ad un’analisi dettagliata, molti più colori di quelli che a prima vista si giudicherebbe, finisce per rappresentare uno stato d’animo sospeso e pieno di emozioni e sentimenti insaturi che ognuno può, per suo conto, intuire e raccontarsi. E’ lavorato molto più con la spatola che con il pennello, come accadeva in tutti i quadri materici
Quando Ghezzi morì cominciammo a mettere mano al suo archivio e nel momento in cui questo quadro (che lui aveva raccomandato di distruggere!) saltò fuori, la sua vedova, Clara, confessò che era lei la donna ritratta.
Questo ce lo ha reso ancora più caro ed ha fatto del tutto abbandonare, Ghezzi ci perdonerà, l’ipotesi di una sua cancellazione.
L’attesa, 1960, olio su tela, 60 x 80 cm, inv. 35

