L’insieme delle cose che il nostro blog scrive su Mario Ghezzi deriva da due fonti.

La prima è una fonte diretta, costituita dal fatto che abbiamo vissuto per circa trent’anni come vicini di casa. La seconda invece, per certi aspetti più importante, deriva dalla lettura del libro che Ghezzi pubblica nel 2003: “Siena – città di una vita”. E’ questo un libro a cavallo tra l’autobiografia intima ed un piccolo trattato sulla sua pittura e su come nel corso del tempo questa si è evoluta. Devo confessare che, almeno per me, non è una lettura agevole. Intanto perché Ghezzi utilizza uno stile di scrittura che è spesso enfatico, roboante, quasi dannunziano e comunque le parti dedicate alla pittura sono di non immediata comprensione. Solo leggendo e rileggendo quel testo si capisce quello che Ghezzi intende. Ma una volta inteso, è affascinante seguire, oltre alle sue vicende di vita, i pensieri che quest’uomo ha dedicato alla pittura per quasi sessant’anni.

libro ghezzi

Come si preannunciava in un post messo in rete qualche giorno fa, la veranda del glicine di cui abbiamo messo alcune immagini attuali, rappresenta nella sua evoluzione uno snodo importante che in sostanza notifica a sé stesso ed ai suoi estimatori l’avvenuto passaggio dal periodo dello spazialismo a quello che lui chiamò neofigurativo spaziale e semantico. In sostanza, dopo un lungo periodo in cui ha frequentato territori lontani, ritorna al figurativo sia pure con alcune importanti varianti.

Intanto il periodo materico finisce (primi anni Sessanta) con quella che pare quasi una istanza etica. Ghezzi, infatti, sente dentro quella che definisce, con un’espressione felice, la necessità di una “moralizzazione del colore”. Immagino riferendosi intanto ad un utilizzo minore nella quantità e nello spessore. In termini meno tecnici immagino che Ghezzi voglia anche dire che non è più il momento di dipingere seguendo solo l’istinto e che il suo tempo interiore gli impone atteggiamenti più composti e contenuti dalle forme dello spazio.

C’è poi un passaggio successivo che lo conduce dallo spaziale al neofigurativo, quasi potesse concedersi dopo un duro passaggio qualcosa di più facile e tranquillo. “Figurativo – citazione dal libro – per quel poco che bastava a riposare l’intelletto al primo urto con il mondo; ed in queste superfici, che la realtà gli offriva, doveva viaggiare con l’immaginazione…”.

Questo passaggio avviene nei primi anni Settanta e si attua attraverso un’attività di sapore francamente ossessivo, caratterizzata dalla frequente ripetizione di alcuni soggetti.

In genere l’atteggiamento ossessivo è un elemento di chiusura e coercizione che spesso si autoimpone chi soffre di tale patologia. Il soggetto ha come la necessità di restringere il proprio mondo a qualcosa di ripetitivo e limitato, in modo da poterlo controllare meglio, spesso spengendo o ignorando tutto il resto.

Ed allora, detto questo, pare evidente che in questo frangente, cioè nella pittura di Ghezzi, è l’elemento libidico narcisistico che va a superare quello coattivo. Non c’è, per spiegarsi meglio, per Ghezzi l’impossibilità di dipingere se non quella scena, ma si intuisce invece il piacere di riuscire a interpretare mille volte quella stessa scena senza annoiarsi e godendo delle sue capacità inventive e creative che rinascono più forti di prima.

Le versioni del Lago di Nantuà hanno tutte un copione comune che è rappresentato dall’immagine del lago in cui il piccolo borgo si riflette, ma poi tutte sono diverse nell’interpretazione dello spazio e l’utilizzo dei cerchi o dei rettangoli o delle linee rette o curve o del colore netto o di quello più diffuso danno alla stessa scena sapori così diversi che, francamente, non annoiano mai. Durante il lungo lavoro di archiviazione delle tele e dei cartoni sono emerse diverse altre “serie” che conservano le stesse caratteristiche di una sorpresa gioiosa di saper parlare una nuova lingua. Cito la serie dell’isola dei Pescatori (evidentemente gli specchi lacustri ispiravano Ghezzi!), ma anche quella delle finestre ed altre ancora, tra le quali emerge, come centrale nella coscienza di sé e della sua pittura, la serie che intitola “la veranda di glicine”. Intanto colpisce questo modo leggermente dissonante di titolare: perché – mi chiedo – la veranda di glicine e non la veranda del glicine? Certo non c’è nulla di scorretto, ma l’espressione utilizzata mi suggerisce qualcosa di metafisico, quasi che Ghezzi l’abbia sentita e vista come il prototipo ideale, quasi di platonica ispirazione, di una semplice pergola di fiori.

Ma cosa succede nella sua pittura con questo elemento che raffigurerà spesso per almeno tre o quattro anni, tornandoci sopra con versioni sempre diverse forse unite solo dal prevalente utilizzo di un colore tra il viola e il pervinca?

A questo punto lasciamo la parola al suo scritto, segnalando prima che Ghezzi scrive alternando la terza persona singolare (quasi sempre) alla prima.

“Aveva nel giardino una veranda nella quale un’immensa pianta di glicine regalava alla primavera una fioritura ricchissima ed al caldo dell’estate una protezione gradevole. Un giorno guardando questa pianta fiorita (e qui comincia la riflessione decisiva) si chiese: come potrei coinvolgere …. i fiori del glicine, così piccoli eppure così importanti a determinare il valore formale ed umano di questa pianta? Raggiungerei una diversificazione puntiforme che non avrebbe il concetto di spazio.” Bisogna – e qui continuo con parole mie cercando di interpretare il suo linguaggio – ricorrere ad una spazialità più grande che contenga, che abbracci anche il fiore. Da un lato l’esigenza di grandi spazi, dall’altro la necessità di salvaguardare l’integrità figurativa della sua ispirazione di quel momento, il fiore del glicine. Non si può spazializzare un punto nello spazio figurativamente, ma ci si riesce se lo si inserisce in un supporto che permette lo scatenarsi della fantasia visuale di cui Ghezzi era colmo.  Tutto si gioca nello stimolo iniziale, qui come nel lago di Nantuà, fatto di un gioco di luci che, a seconda dell’inclinazione del sole, dell’ora, muta gli oggetti e la forma di questi. La sfida che Ghezzi coglie in pieno è quella di riuscire a raccontare queste immagini con un piede nella realtà percettiva ed un altro nella sua fantasia visionaria che trasforma tutto, restituendo disegni esteticamente gradevoli ed a volte sorprendenti.  Per esemplificare ecco la versione 9° della veranda di glicine.

03veranda glicine 72 nona
la veranda di glicine

In questa versione la pergola appare scomposta nei suoi elementi essenziali giustapposti tra di loro senza un ordine gerarchico, di dimensione o di posizione spaziale. Vediamo infatti i piccoli tralci del glicine, i petali fioriti, i tralicci di ferro che la sostengono, tutti mischiati tra loro, differenziati forse solo dalla gamma dei diversi colori che suggeriscono la differente penetrazione della luce nella veranda.

Ed ecco, per finire, altre versioni (in totale ne farà quasi trenta) della veranda di glicine.

 

01veranda glicine 72 prima

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