Il talento è qualcosa di innato, ma per non restare ignoto va esercitato. Mi chiedo, però, se può anche essere guidato e influenzato dalla ragione, in qualche occasione piegato a manifestarsi anche in modi leggermente diversi da quello che sarebbero più naturali. E tutta questa dinamica quanto si intreccia e risente degli eventi della vita?

Queste domande stanno alla base di alcune riflessioni sul talento artistico di Ghezzi che vorrei esporre in questo breve pezzo. Il talento di Ghezzi, da quando si manifesta, non si interrompe mai, ma ad un certo punto della sua vita si dirige su di un percorso che non era immaginabile. Queste svolte del resto si sono presentate altre volte nel corso della sua lunga frequentazione con la pittura, dando origine a quelli che lui definiva i “periodi”. Quello però su cui intendo riflettere oggi e che avviene verso la metà degli anni Sessanta è forse quello più drammatico, quello che lo fa transitare dal periodo “materico” a quello che lui chiama “spaziale”.

Per raccontare bene questa storia è necessario partire dal principio facendo riferimento alla biografia di Ghezzi.

Siamo alla fine degli anni Cinquanta, Ghezzi ha da poco compiuto i 40 anni e la sua vita è in grande ascesa. Ha una famiglia con cui sta bene, si è fatto largo nel lavoro, diventando uno dei medici più conosciuti in quegli anni. Lavora molto, guadagna bene e si toglie anche delle belle soddisfazioni, per esempio, acquista la mitica Alfa Romeo 1900, la macchina più bella e ambita di quel periodo. Ma forse le soddisfazioni a cui tiene di più sono altre. Da circa dieci anni dipinge e la scoperta di avere un talento lo porta ad appassionarsi. Dopo gli inizi figurativi comincia a riflettere ed a indirizzare il suo stile su strade meno frequentate. Durante le vacanze estive che si svolgono sempre al Forte dei Marmi conosce un gruppo di pittori e artisti che probabilmente ne influenzano il pensiero. Il suo lavoro è molto apprezzato – ecco le vere soddisfazioni – e, dopo l’avallo avuto da Enzo Carli, viene notato anche da Piero Santi. Che è un personaggio dei circoli culturali fiorentini, scrittore, critico, fondatore della galleria d’arte L’Indiano.

Santi con Penna e Gadda
Piero Santi insieme a Carlo Gadda ed a Sandro Penna

È un personaggio eclettico, uno dei primi omosessuali dichiarati in un’epoca in cui non era facile aprirsi su certi temi. Piero Santi, anche lui al Forte d’estate, propone a Ghezzi di aprire la stagione della galleria nel novembre del 1961 con una sua personale. La mostra, che ha molto successo, diventa un moltiplicatore di conoscenze, la cui rete si allarga. Così molti critici, tra cui spicca Valsecchi, lo notano e lo vogliono conoscere, ma lo mette anche di fronte al prezzo del successo. Viene intervistato da Tito Stagno per la Rai, è al centro dell’attenzione, sulla cresta dell’onda di un successo forse neanche così tanto cercato e manifesta qualche disagio. L’emozione gli causa qualche turbamento psicosomatico e fa sorgere interiormente qualche perplessità ed incertezza sul volere davvero quella atmosfera intorno a sé.

Ma una nuova conoscenza si intravede all’orizzonte, parlo di Carlo Cardazzo, grande animatore culturale italiano. Ha creato una sua collezione d’arte notevole e partendo da lì ha portato alla conoscenza del pubblico italiano nella sua galleria milanese del Naviglio artisti del calibro di Mirò, di Andy Warhol quando ancora nessuno li conosceva. È lui che organizza a Milano la prima mostra a luce nera di Fontana. Nota il lavoro del pittore senese e gli propone di esporre da lui a Milano.

Cardazzo con Mirò
Carlo Cardazzo insieme a Mirò

Ghezzi forse per la prima volta sente di potersi affidare a questo uomo alto dalla figura imponente come i suoi baffi, dotato di un carisma evidente. Così realizza anche la mostra a Milano (1963) e se ne programma un’altra al Cavallino di Venezia nello stesso anno, altra galleria che Cardazzo controlla insieme al suo collaboratore Garibaldo Marussi. Con queste premesse la carriera di Ghezzi, sia pure in bilico per quelle caratteristiche personali che ha scoperto di avere dopo la mostra di Firenze, potrebbe davvero decollare a livello nazionale. La sua pittura è in quegli anni “materica”. Vuol dire che usa un generoso spessore di colore che pare quasi “sbrodolato” – mi si perdoni l’espressione – sulla tela creando immagini dai bordi indefiniti e atmosfere emozionali intense.

È una pittura che piace molto e che gli permetterebbe di vendere bene, ma lui è recalcitrante su questo e limita al massimo la dispersione dei suoi lavori. Comunque, alcuni suoi quadri sono acquistati da collezionisti importanti, qualcosa viene anche acquisito presso la Fondazione Cini. In questo, come accennavo prima, è guidato da Cardazzo che in fondo opera per lui come un mercante che lo fa conoscere ad alti livelli.

Ed ecco una delle sliding door che cito nel titolo.

La mostra a Venezia è del 1963, poche settimane dopo Cardazzo si ammala e muore nel giro di poco tempo per una leucemia acuta.

Ghezzi è naturalmente molto turbato da questo evento e si ritira su una posizione che è stranamente critica del suo stesso successo. Comincia a pensare che se una pittura piace troppo, come la sua in quel momento, vuol dire che è superficiale, poco pensata. Strano ragionamento che a me pare coprire il vero pensiero che è quello della sua necessità di sottrarsi al successo. Lo stesso che poi provoca lo star male, forse addirittura porta a morire (visto la vita intensa e di grande successo che ha fatto Cardazzo). Nell’ottobre dell’anno successivo, 1964, muore la mamma. Su questo ho già scritto qualcosa (parlando del quadro che le ha dedicato e a quello rimando) ma credo che anche quest’evento luttuoso possa essere stato sentito come un oscuro avvertimento che il destino gli mandava per ridimensionarsi.

Capita così che Ghezzi scioglie pian piano i rapporti con mercanti e galleristi, anche con quel Marussi con cui aveva avuto per anni una intensa corrispondenza. Si ritira nella solitudine del suo studio, si confronta solo con i pochi amici di Siena e indirizza il suo lavoro su cose più cerebrali ed ostiche alla comprensione. C’è l’influenza dello spazialismo di Fontana e di altre correnti simili, la sua tavolozza perde i colori sgargianti e si riempie di colori scuri e un po’ tenebrosi. Ghezzi entra nella fase più difficile della sua opera in cui si inoltra da solo, con i suoi lutti da elaborare e la sua tenace ricerca non tanto del consenso generale ma, per paradosso, del suo contrario.

Ci si potrebbe chiedere cosa sarebbe successo se Cardazzo non fosse scomparso in quel modo drammatico ed improvviso, forse lui con il suo carisma sarebbe riuscito ad ammorbidirlo verso il pubblico, ad aprirgli la strada verso un successo più grande, forse addirittura verso una svolta vera della sua vita.

Ma sono di quei ragionamenti che servono solo a baloccarsi con pensieri tristi e con inutili rimpianti. La vita va sempre come deve andare, come vuole lei e solo in parte come vogliamo noi.

Sta di fatto che Ghezzi, come ogni vero artista, ha utilizzato il suo grande dono, forse senza neppure rendersene ben conto, piegandolo alle sue esigenze psicologiche e attraverso quel talento ha finito per esprimere ed insieme curare i suoi dolori.

Infatti, da quel lungo periodo, un pò meno di un decennio, riemergerà cambiato e di nuovo pieno di energia e interesse.

L’immagine in evidenza è un particolare da un’opera del 1959 “Alberi del giardino”

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