Tutti, come ovvio, guardano di un quadro la superficie anteriore, quella dipinta, ma anche il retro ha la sua importanza e spesso ci racconta molte cose di quell’opera.
Ghezzi per esempio, è solito titolare il quadro con una scritta sul retro dove, non sempre ma spesso, colloca anche la data di esecuzione. Questa pratica ci fa intuire a volte i suoi ripensamenti. Si trovano infatti dei titoli visibilmente cancellati e su cui è stato riscritto probabilmente per una ridipintura della tela, pratica che Ghezzi ha spesso messo in atto.
Ma dietro le tele si trovano spesso anche le segnalazioni delle mostre a cui le opere hanno partecipato, a volte con il prezzo stabilito per l’eventuale vendita, a volte invece con la dizione “invendibile”. Ghezzi ha sempre venduto molto poco, forse perché la sua pittura non incontrava, ma anche per l’atteggiamento che aveva verso i suoi quadri. Diceva, infatti, di sentirli come figli e da loro non si distaccava mai volentieri. Il fatto che la sua produzione, quasi tutta, sia ancora unita testimonia proprio di questo attaccamento. Da considerare anche che non dipingeva per vivere e perciò la parte mercantile di questa attività la poteva tranquillamente trascurare.

Molti quadri però non portano alcun segno nel retro, alcuni addirittura non sono neppure firmati sul davanti. Ci si può chiedere il perché di questo diverso trattamento, ma probabilmente non lo sapremo mai con certezza, possiamo però avanzare qualche ipotesi. La più semplice è che, lavorando spesso di notte, terminato il quadro, si scordasse per stanchezza di completarlo nel retro. Oppure Ghezzi non titolava quelle tele che non lo soddisfacevano per come erano venute, d’altro canto era molto auto critico e probabilmente sapeva riconoscere anche da solo quando l’ispirazione lo sosteneva e quando invece dormicchiava un po’.
In questa operazione di revisione e catalogazione, noi eredi, ci siamo a volte arrogati il diritto di titolare alcune opere in base naturalmente a quello che vi era raffigurato. Ma sono tuttavia rimasti alcuni quadri in cui abbiamo usato la dizione “titolo incerto” per non essere riusciti a capire quello che era stato dipinto, non sono molti ma ci sono.
Questo mi porta a fare un ragionamento sulla titolazione dei quadri, quella fatta da lui stesso o quella interpretata da noi per lui ed a studiarla attraverso le “occorrenze”. Con questo termine del gergo statistico, si intende “ciascuno dei casi in cui si verifica o ricorre un certo elemento”. Insomma, roba da archivisti pignoli, quanto mai distante da un’analisi critica o psicologica di un corpus di opere artistiche. Ma confesso di non aver resistito (e poi forse un po’ calepino lo sono davvero!) dall’analizzare anche con questo metodo l’opera di Ghezzi o meglio i suoi titoli. E, come sempre, qualche riflessione ne scaturisce. Prima però i risultati delle “occorrenze” nei titoli di Ghezzi.
Partendo da un totale di 549 tele catalogate, facendo riferimento a due soli titoli: “natura morta” e “paesaggio” copriamo già i 2/5 del totale, ma se a queste parole ne aggiungiamo altre sempre collegate in qualche modo alla natura, tipo: mare, lago, fiume, bosco, fiore, tramonto, notte, alba, albero, fossili andiamo a coprire quasi il 90% della produzione. Un altro 10 % va per titoli che invece descrivono l’umano, cioè ritratti di donna, di uomo, di vecchio, della madre, autoritratti e così via. Qualche curiosità: esiste un piccolo filone religioso su cui Ghezzi si è cimentato, una crocefissione, una pietà, la deposizione e soggetti simili, ma non sono più di dieci quadri, forse meno. Lui, che amava tanto la ripetizione quasi ossessiva di certi soggetti che però cambiava nei particolari, ha creato varie serie di questo tipo. La più numerosa fa riferimento al lago di Nantuà, ma anche l’isola dei Pescatori vanta varie versioni, oppure il mazzo di fiori. Interessante è la serie della natura vista da una finestra che pare voler mettere un ponte tra il fuori che l’attirava ed il dentro dove evidentemente aveva collocato il punto di vista. Infatti, in questa serie si vede in primo piano l’imposta di una finestra, anch’essa variamente interpretata, da cui si scorge la natura esterna sempre mutata e multiforme. Forse un tentativo di compromesso tra dentro e fuori.

due esemplari della serie delle “finestre”
Ci si può chiedere il perché di questa grande predilezione per la natura, per i paesaggi ed anche qui lancio una mia ipotesi.
Ghezzi ha vissuto i primi cinque anni di vita in un ambiente agreste, vicino a Roccastrada con davanti l’affaccio sul mare e la Maremma. Io credo che questo abbia funzionato come una sorta di imprinting visuale che lo ha indirizzato a immaginare e selezionare dentro di sé immagini di quel tipo.
Ghezzi ha viaggiato e visto il mondo ma forse ha seguitato a sognare sempre e soprattutto quello che vedeva da bambino.