Il quadro che espongo e di cui voglio parlare stasera è uno dei più visti, almeno per chi conosceva Ghezzi e ne frequentava la casa. Infatti, lui lo appese nel salottino che era il centro della vita vissuta della famiglia e non se ne separò mai fino alla fine. Il quadro si intitola “Ritratto di madre” ed è del 1962. In termini pittorici si inserisce appieno nel periodo “materico” ed è caratterizzato da una stesura dei colori fatta più con la spatola che con il pennello, i margini degli oggetti rappresentati sono confusi, sfumati l’uno nell’altro eppure l’immagine centrale è chiara. E rappresenta la figura di una donna anziana con una vestaglia rossa e con uno scialle più chiaro intorno al busto. Dietro le spalle si può notare una sorta di profilo quasi bianco che la incornicia e che rappresenta la spalliera di una sedia a rotelle (che non si percepisce bene ma che si intuisce da alcuni segni scuri, quasi neri che hanno due cerchi verso il basso) su cui la mamma di Ghezzi era relegata ormai da quasi dieci anni. Tutto il resto appare sfocato e poco leggibile. Il risultato è quello di un’immagine che sembra trasformata da un filtro affettivo, un po’ come succede se uno chiude gli occhi e ripensa ad una persona cara. Si può dire che attraverso questo quadro Ghezzi si è tenuto vicino per tutta la vita l’immagine della mamma, così come la ricordava nel periodo di maggior fragilità di lei che pure era stata una donna forte e coraggiosa.

Il quadro mi costringe a entrare almeno un po’ nell’intimità del loro rapporto, un rapporto importantissimo ma naturalmente caratterizzato anche da qualche conflittualità. Bisogna dire che Ghezzi era figlio unico di una coppia di coniugi, Giuseppina Bianciardi e Sabatino Ghezzi che si conoscono già maturi e concepiscono questo figlio quasi in “zona Cesarini”, se mi si passa l’espressione. Giuseppina, infatti, lo partorisce a 38 anni. Oggi quest’età rientra quasi nella norma ma nel 1919 rappresentava un’eccezione. Beppina, come tutti la chiamavano, aveva avuto una vita avventurosa, una delle poche donne che, dopo aver lasciato Siena dov’era nata, aveva scelto il lavoro di fattore, per di più in una terra aspra come la Maremma. Sapeva cavalcare e dare ordini ai sottoposti, quasi tutti maschi, e lì, in quei luoghi, aveva conosciuto il futuro marito, anche lui fattore. Questo figlio, a cui forse aveva ormai rinunciato, arriva inaspettato ma forse per questo ancor più amato e protetto. La maternità la costringe a mutare ancora il corso della sua vita ed a pensare ad un ritorno a Siena per permettere a Mario dei buoni studi. Si crea così tra di loro un rapporto molto stretto e Beppina sottopone il figlio ad un controllo continuo, a volte quasi asfissiante. Quando rimane vedova Mario è già grande ma lei si incarica di guidarlo ancora, secondo il suo giudizio, su tante cose della vita. La passione per la pittura del figlio è da lei più sopportata che incoraggiata, temendo che lo distolga dalla carriera medica allora appena cominciata. Beppina è tranquilla solo quando lui è a casa, sotto il suo sguardo, anche quando lui è ormai sposato e padre. Mario non si ribella quasi mai a questo controllo, si sente vincolato a lei da una profonda riconoscenza. Solo qualche volta ha anche espresso, anni dopo la sua morte, la pesantezza di questo rapporto che forse ha ostacolato, in una qualche misura, anche la sua carriera di pittore.
La madre muore due anni dopo la realizzazione di questo quadro, cioè nel 1964. In questi giorni di continua frequentazione dell’archivio Ghezzi ho trovato un suo scritto risalente a quel periodo intitolato “Domani”, in cui intrattiene una sorta di colloquio con la madre morta. In alcuni tratti è carico di accenti che, se estrapolati dall’intero documento, ci fanno quasi chiedere se si parla di amore filiale o di un altro tipo di amore, tanto sono carnali.
Naturalmente i confini tra i vari periodi della sua pittura sono liquidi, elastici e non si può fissare una data precisa in cui passa dal “materico” allo “spaziale”. Gli inizi dei Sessanta sono per lui un periodo molto duro, pieno di lutti e vari dolori di cui parleremo nei prossimi post. Quello che è certo è che in quegli stessi anni Ghezzi cambia completamente il suo stile e riemerge da un periodo nero trasformando la sua pittura e inoltrandosi decisamente nel periodo “spaziale”, un periodo caratterizzato da uno stile meno affettivo e più algidamente razionale.
Forse anche per superare il lutto di sua madre.
L’immagine che fa da “banner” a questo articolo è un taglio da “Siena”, degli anni ’70.