Il quadro in evidenza é: Vasi e fiori del 1956
Che i momenti di privazione e sofferenza possano stimolare la capacità di pensare si è in qualche modo sempre risaputo. Riflettete per esempio al proverbio “la fame aguzza l’ingegno”. Da una prospettiva meno popolare anche gli psicoanalisti lo hanno sostenuto fondando le loro teorie sull’osservazione infantile. Attraverso le quali hanno stabilito che i primi proto-pensieri nascono nella mente del neonato più facilmente quando è privato, per una momentanea assenza, della madre o della figura di riferimento. Nell’alternarsi della presenza e dell’assenza della figura di riferimento il bambino comincia capire il mondo, a differenziare, per esempio, ciò che è IO e ciò che invece è NON IO e utilizza la nascente capacità di pensare di più nei momenti in cui si trova a sostenere l’assenza della madre.
Questo non ci deve certo far pensare che dobbiamo essere grati di vivere, come collettività, un momento come l’attuale, perché è naturalmente vero che le privazioni (prolungate nel tempo e di grande intensità) fanno male. Ma anche in queste condizioni di disagio a volte si possono gettare dei semi che poi danno i loro frutti.
Mi sono tornati in mente questi concetti perché in questi giorni di forzata permanenza in casa approfondendo la vicenda artistica di Mario Ghezzi, precisandone i tempi, i modi, i percorsi, i cambiamenti, la produzione, sono venuto a conoscenza di un fatto, per certi aspetti, straordinario e dai risvolti in qualche modo attuali che provo a raccontarvi.
Mario Ghezzi si laurea in Medicina nell’estate del 1943, sostiene il corso abilitante di sei mesi, che in quel periodo di guerra sostituì l’esame di stato, ed a inizio 1944 si trova nella condizione di poter lavorare. Cosa bella sì, ma che coincideva anche con la fine dell’esonero per motivi di studio dal servizio militare e con il fatto di essere abile e arruolabile nell’esercito repubblichino dei fascisti di Salò, che viveva ormai gli ultimi fuochi.
I giovani che si trovarono in quella spinosa situazione cercarono di tergiversare, di aspettare che la guerra finisse. Ormai si capiva che il fronte degli alleati sarebbe arrivato presto e quindi, tranne quelli che per convinzione si arruolavano, tutti gli altri cercavano di nascondersi, di non farsi trovare. Lui, che tra l’altro si diceva di ideali socialisti, cercò riparo nei fondi dell’Ospedale dove stava frequentando la clinica Medica come assistente volontario. Nei suoi racconti cita un impiegato dell’Ospedale addetto alle macchine che lo nascose e lo protesse in quelle settimane. Da quel luogo nascosto uscì solo dopo che Siena fu liberata (luglio 1944). Non sono in grado di precisare quanto durò l’isolamento, certo non fu questione di giorni ma forse neppure di mesi.
Qualcosa di simile ai tempi di una quarantena.
È durante quell’isolamento che si riaccende, per non spengersi mai più, l’interesse per il disegno, per la pittura. Lascio a lui la parola:
“C’eravamo conosciuti (io e la pittura. N.d.R.) nella solitudine dell’isolamento che avevo subito durante il passaggio della guerra e avevo trovato nei colori e nei primi gesti per esprimermi una spinta a risvegliare e ricostruire in altro modo le emozioni che il mondo visivo determinava in me (…). Nel mondo visivo voglio comprendere anche il rapporto umano perché il paesaggio di un volto è in piccolo quello della natura: ci trovi la tempesta, il sereno, un’alba ed un tramonto, la luce del giorno e il buio della notte.
Io e la pittura ci conoscemmo e ci amammo subito!
Quello che mi interessa in questa sede notare è che la pittura fin dall’inizio rappresentò per lui un modo per evadere da una brutta realtà attraverso la fantasia visiva che gli permetteva di “risvegliare e ricostruire in altro modo le emozioni che il mondo visivo determinava in me…”.

Il periodo di isolamento che si auto impose risultò dunque un potente stimolo ad accendere il motore della sua visionaria pittura che, guarda caso, presto si sganciò da una imitazione fotografica della realtà e divenne immaginazione, a volte astratta, a volte più figurativa, comunque in genere sempre volta ad una interpretazione personalissima della natura circostante.
Sublimazione è in chimica quel processo per cui una sostanza passa dallo stato solido a quello gassoso senza passare da quello liquido. La parola poi entra a far parte del gergo psicologico ed indica quello spostamento per cui alcune pulsioni (sessuali o aggressive) diventano, per la difficoltà ad essere messe in atto nella pratica, ricerca, arte e cose comunque molto più accettabili.
Insomma, la privazione della “quarantena” che Ghezzi si autoimpose gli restituì, moltiplicato per cento, un interesse, una passione che durò dentro di lui per tutta la vita.