La storia che voglio raccontare stasera rappresenta la “nascita” di Ghezzi come vero talento della pittura. Non parlo cioè della sua passione per il disegno e poi per i pennelli che sorge in maniera più continua negli anni Quaranta in una occasione particolare di cui prima o poi parlerò. Intendo quando, soprattutto nella sua mente, attraverso l’avallo di un grande critico, la pittura passò dal rango di un semplice passatempo alla coscienza di possedere un vero talento sostenuto da una enorme passione. Può anche darsi che per qualcuno le mie parole sembrino un po’ esagerate e allora devo ripartire dalla fine degli anni Cinquanta e raccontarvi questa storia.

Il grande critico non aveva nessuna voglia di fare quella visita in quel pomeriggio di aprile. Lui era già molto conosciuto, pieno d’impegni e con tante cose da fare e aveva ormai da tempo imparato a rifiutare quel tipo di incontri che in una città piccola come Siena potevano capitare. Conoscendo la sua fama e come una sua parola potesse decretare il successo o l’insuccesso, molti aspiranti pittori, artigiani, dilettanti di ogni tipo gli chiedevano di visionare il loro lavoro e spesso si trovava di fronte, appunto, a degli assoluti dilettanti senza arte né parte. E per lui che era, per carattere, una persona mite e educata diventava poi difficile essere chiaro e diretto fino in fondo, sconsigliando o moderando velleità fuori luogo. Con questi pensieri si avviava fuori di Porta Romana per andare a trovare un altro di questi presunti artisti che aveva insistito per avere un parere sui suoi quadri. A lui, davvero, non aveva potuto dire di no per una serie di ragioni. La prima era che quella persona era il suo medico curante, la seconda che per di più, proprio quel medico lo aveva curato con prontezza e maestria in un momento delicato per il suo cuore un po’ ballerino. Aveva cioè verso di lui un vincolo di riconoscenza che non gli aveva permesso di declinare, magari con gentilezza, quell’invito pressante. Sperava solo di fare svelto e di non dover infrangere sogni e orgogli eccessivi.
E invece inaspettatamente si trovò di fronte a qualcosa che lo colpì in maniera profonda, tanto che solo pochi mesi dopo, scrisse personalmente la presentazione ad una delle prime importanti mostre di quel pittore che esponeva a Firenze (Galleria dell’Indiano – novembre 1960). Così dice: “quello che mi colpì quando mi mise al corrente di questa sua allora segretissima passione fu l’accorgermi che egli non aveva affatto cominciato da dilettante, né, tanto meno, come tale l’andava coltivando: il che appariva subito evidente non soltanto nel reciso rifiuto di quel repertorio e di quei convenzionalismi espressivi caratteristici, in più o meno larga misura, a tutti coloro per i quali l’esercizio dell’arte è più appagamento che ricerca, ma nello stesso strenuo impegno con cui egli, pur attingendo dalla realtà le occasioni ed i soggetti dei suoi quadri, mirava a riviverla in termini di pura emozione pittorica, cercando di crearsi un linguaggio che, piuttosto che dipendere dalle cose, fosse l’espressione diretta e immediata dell’animo suo, di una profonda e convinta interiorità.”
Quella sera, secondo lo stile sobrio del professore, l’incontro non terminò con lodi sperticate, sapeva per esperienza che, a volte, certi talenti si perdono per la strada, ma certo incoraggiò in qualche modo la ricerca ed il lavoro di quello strano pittore. Voglio riportare le parole che Ghezzi utilizza nella sua autobiografia (Siena città di una vita – Firenze 2003) descrivendo quello che fu il momento fondante della sua carriera nella pittura: “il professore pregò Clara (la moglie di Ghezzi n.d.r.) di non intralciare questa vocazione, anzi di caldeggiarla, di assisterla con quella ricchezza di umanità che concede all’arte di prendersi il meglio di un essere e di tenerselo nella sua totale assenza di compromessi”. Clara non era persona da opporsi, almeno in modo chiaro, a questa direttiva e docilmente ubbidì nel corso degli anni. Ma il professore ammonì benevolmente anche lui affermando che avrebbe seguito, “sorvegliato” – disse – il suo lavoro e che non avrebbe lesinato consigli e incoraggiamenti.

Così prese forza la carriera artistica di Mario Ghezzi che cominciò un suo lungo e personale tragitto tra le tele e i pennelli con cui spesso passava le notti, mentre i suoi giorni erano, come sempre, dedicati a auscultare cuori, palpare addomi, picchiettare su toraci di giovani e vecchi.
Ah…quasi dimenticavo, quel critico era Enzo Carli, già molto affermato in quegli anni, e poi diventato uno tra i massimi esperti dell’arte senese al cui recupero e valorizzazione ha dedicato la vita.
Oggi i due protagonisti di quell’incontro non ci sono più, Carli scompare nel 1999 ed ha avuto l’onore di essere sepolto nel Camposanto di Pisa insieme ad altre glorie pisane, Ghezzi invece muore nel 2007 ed è sepolto in una semplice tomba, con accanto la sua Clara, alla Misericordia.
Quindi Ghezzi non c’è più ormai da oltre un decennio, ma la Famiglia ha deciso di rompere il riserbo che lui stesso aveva, con il suo carattere, imposto sul suo lungo lavoro e di far conoscere in maniera più completa le sue opere che non sono solo e soltanto il Palio del Luglio 1981 o la vetrata di San Domenico.
Nell’ambito di questa ambiziosa operazione su larga scala una piccola mostra che portava il titolo evocativo di “Preludio” è già stata realizzata nel 2016, adesso invece è in preparazione un catalogo critico che inquadri l’opera completa di Ghezzi e la collochi al suo giusto livello. Speriamo di riuscirci!