La natura in tutte le sue varianti è sempre stato il soggetto preferito di Ghezzi, più dei ritratti e comunque più dell’elemento umano. Tra le tante possibili immagini della natura molto spesso l’artista è stato attirato dai fiori, ancora sui loro steli o magari raccolti in un mazzo di fiori. Di quadri con questo titolo, infatti, esistono numerosissime versioni ed il soggetto è stato interpretato molto variamente a seconda del pensiero pittorico in lui prevalente in quel momento. Si va dalle prime copie scolastiche e figurative fino ad interpretazioni astratte ed in cui tutto è ricondotto a pure idee. Molte volte in quel periodo, per esempio, il titolo diventa “mazzo di fiori immaginato”, sottolinenando quasi il distacco dal vincolo, a volte stretto, della percezione.

E comunque offrire un mazzo di fiori è un gesto gentile che ben si adattava alla personalità di Ghezzi.

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mazzo di fiori

L’opera che presento oggi ebbe l’onore di essere esposta nell’ottobre del 1962 nella prestigiosa galleria del Cavallino di Venezia che gli dedicò una personale In quel momento la carriera di Ghezzi era sul punto di decollare a livelli molto importanti, le sue opere erano apprezzate ed ottenevano critiche molto lusinghiere da parte dei più quotati critici del momento.  Poi qualcosa cambiò, prima di tutto dentro di lui, poi ci furono anche eventi oggettivi che lo bloccarono un pò e dopo quel treno non passò più. Su questo snodo centrale della sua carriera artistica ho personalmente alcune idee che prima o poi mi deciderò a scrivere.

Per oggi mi limito a pubblicare il quadro, che a me piace molto per la la sua nettezza, per i suoi colori che trasmettono lo splendore di certi fiori in boccio. Fa parte del periodo che lui chiamò “spaziale”, un aggettivo che fa riferimento allo “spazialismo” di Fontana, che Ghezzi interpreta, almeno in quest’opera, in modo personale e “dolce”.

 

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