Il lago di Nantuà è un minuscolo specchio d’acqua nel distretto del Giura, vicino a Bourg-en-Bresse, che si incontrava (adesso l’autostrada è più diretta e veloce) negli anni Settanta sulla strada per Parigi. Difficile trovarlo anche nelle carte geografiche, ma nel 1972, durante il viaggio di andata di una mitica vacanza a Parigi, Mario Ghezzi passò di lì e ne fu evidentemente molto colpito, perché poi incentrò su quel panorama alcuni anni della sua ricerca pittorica. 
Lago di Nantuà è, infatti, il titolo più ricorrente tra le sue tante opere ancora conservate.

Ce ne sono almeno una ventina di versioni. Tutte strutturalmente uguali: un grande albero sulla sinistra in primo piano, poi l’immagine del lago che sulla sponda opposta coglie un piccolo borgo con un campanile che si riflette nell’acqua, sullo sfondo in alto a destra gli alti monti che sembrano chiudere l’immagine in una sorta di scrigno aperto. 
Tutte uguali, come dicevo, eppure tutte diverse. 
In quel periodo della sua pittura, infatti, Ghezzi, dopo aver “smontato” forme e spazi per poterli analizzare, li ricompone per renderli più riconoscibili. E lo fa giocando con i piani, con le forme, con la luce e i colori, cose che rendono ogni scena una struttura dinamica in continuo movimento. Allora, per fare qualche esempio, alcune volte il lago è visto come una serie di strutture triangolari accostate tra di loro, altre invece prevalgono le linee curve, quasi sferiche, altre volte ancora si colgono linee divergenti o convergenti. In qualche versione i colori sono chiari e lucenti, in altre invece prevalgono quelli più scuri, quasi che la scena fosse rivista in ore diverse del giorno.
 Nella versione che esponiamo oggi, tutta la scena (sempre quella) pare attraversata da nervature chiare che vanno a interrompere le fitte pennellate delle foglie, il chiaro del lago o lo scuro delle montagne soprastanti.

Jpeg
lago di Nantuà

Mi emoziona ancora pensare di aver dato un minuscolo contributo personale a queste opere: mentre lui osservava colpito quel piccolo lago, infatti, il sottoscritto era impegnato a guidare l’auto in un modo tale che l’artista non si distraesse dalla visione.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.