Mario Ghezzi è stato mio suocero.

Si è guadagnato da vivere facendo (bene) il medico, ma forse il nucleo più vero della sua identità è stato quello di un artista poliedrico che si è espresso soprattutto come pittore, ma che ha utilizzato spesso anche la scrittura e la poesia. Come pittore ha adoperato quasi tutte le possibili forme espressive come la pittura a olio, a tempera, l’acquarello, la matita, il disegno, l’incisione, la litografia, il disegno su vetro e la realizzazione di vetrate. La sua produzione è stata imponente. Nel catalogo delle sue opere ancora non del tutto completato contiamo oltre 530 dipinti in parte su tela e in parte su cartone telato, circa duemila e cinquecento disegni, spesso preparatori alle opere su tela. Alcune di queste sono enormi (anche due metri per tre) altre invece piccole e medie.

Il suo carattere schivo e allo stesso tempo orgoglioso ha fatto di lui un ricercatore solitario, non legato a particolari correnti artistiche (anche se molto aggiornato su quello che si stava muovendo nel mondo). Tutto ciò non l’ha mai intimorito e ha perciò svolto la sua personale ricerca pittorica in una quasi perfetta solitudine, per diversi anni.

Non sono in grado personalmente di dare un lucido giudizio critico sulla sua opera per due motivi: per prima cosa mi mancano le basi di conoscenza artistica, e pittorica in particolare, per farlo; in secondo luogo la conoscenza privata e quotidiana dei tanti anni vissuti quasi fianco a fianco distorcono probabilmente la mia capacità di giudizio.

tramonto nella città sognata - 1964
tramonto nella città sognata

Posso però dire che, inoltrandomi per la preparazione della prossima mostra sempre di più nella conoscenza delle sue opere, degli scritti, del pensiero che ne scaturisce, mi pare di trovarmi di fronte a un talento che andrebbe conosciuto e diventare patrimonio di tutti.

“Come risultato finale della composizione sulle tele, abbiamo infine cercato di raggiungere una certa forza costruttiva d’immagini e d’insieme come la nostra vita intensamente vissuta nella lotta ci impone, perché si possa, non dico essere ascoltati, ma per lo meno avvertiti”.

Prendo a prestito le sue parole, tratte dalla presentazione di una mostra tenuta a Firenze nel 1964 insieme a Marco Salerni e a Luciano Valensin, perché sento che definiscono bene il nostro scopo in quest’opera di riscoperta: che il suo lungo lavoro sia per lo meno “avvertito”.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.